Oggi pomeriggio sono intervenuto nell’Aula del Senato, durante il Question time con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, per portare all’attenzione del Governo la vicenda del cosiddetto Tribunale islamico di Padova. Una questione che considero estremamente grave e sulla quale ritengo necessario fare piena chiarezza.
In Italia non può esistere alcuna forma di giustizia parallela. La nostra Costituzione, le leggi dello Stato e i diritti fondamentali delle persone devono essere rispettati da tutti, senza eccezioni.
A destare particolare preoccupazione è quanto previsto dal regolamento della Camera arbitrale islamica italiana, che all’articolo 3, comma 5, richiama espressamente l’applicazione dei precetti del diritto islamico, prevedendo il ricorso al diritto italiano per le questioni non regolate da quello islamico.
Una previsione che, a nostro avviso, solleva interrogativi molto seri sulla compatibilità di questo organismo con i principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico.
Voglio essere molto chiaro: non è in discussione la libertà religiosa, così come non è in discussione il pluralismo culturale. Sono principi che appartengono alla nostra democrazia e che la Costituzione tutela. Ma la libertà di culto è una cosa, l’eventuale applicazione della sharia in contrasto con le nostre leggi è un’altra.
Nessuna tradizione religiosa può prevalere sulla Costituzione. Nessuna disposizione, religiosa o meno, può comprimere i diritti delle persone.
Penso innanzitutto alla libertà e alla dignità delle donne, alla tutela dei minori e alla protezione delle persone più fragili. Sono diritti che non possono essere messi in discussione e sui quali non possiamo accettare alcun arretramento.
L’arbitrato è uno strumento previsto dal nostro ordinamento, ma deve svolgersi esclusivamente nel rispetto delle leggi italiane e delle garanzie costituzionali. Non può diventare il mezzo attraverso il quale introdurre regole incompatibili con i principi della nostra Repubblica.
Per questo considero importante che la Procura di Padova abbia aperto un fascicolo sulla vicenda. Servono verifiche rigorose, non polemiche.
Nel mio intervento ho chiesto al ministro Piantedosi di approfondire, nell’ambito delle sue competenze, la natura e le attività dell’associazione, verificando che il suo statuto, il regolamento e le eventuali decisioni rispettino pienamente la Costituzione, il principio di uguaglianza e i diritti fondamentali, a cominciare da quelli delle donne.
È una questione di legalità, di rispetto delle nostre istituzioni e di difesa dei valori sui quali si fonda la convivenza civile.
In Italia la legge è uguale per tutti. Non possono esistere ordinamenti paralleli che mettano in discussione i principi costituzionali.
Il rispetto della nostra Carta costituzionale non è una scelta facoltativa, ma un dovere che riguarda tutti coloro che vivono nel nostro Paese.
I nostri valori non si toccano. La Costituzione viene prima di tutto.
Antonio
INTERVISTA
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