Questa mattina, nella Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica, ho promosso la conferenza stampa “Agenti di Intelligenza Artificiale e futuro del lavoro: governare la trasformazione”, realizzata in collaborazione con la Fondazione Giacomo Brodolini.
Un confronto su un tema che non riguarda soltanto il futuro, ma già il nostro presente: come gli agenti di intelligenza artificiale stanno cambiando – e cambieranno ancora di più – il mondo del lavoro.
Insieme a me sono intervenuti Manuelita Mancini, direttrice della Fondazione Giacomo Brodolini; Maria Laura Fornaci, coordinatrice dell’Osservatorio “Future of Workers”; Paolo Gubitta, professore ordinario dell’Università di Padova e coordinatore delle ricerche “Future of Workers”; e Letizia Pizzi, direttore generale di Anitec-Assinform.
Nel corso dell’incontro è stata presentata la ricerca “Dall’IA Generativa agli Agenti IA Autonomi. Come cambia il lavoro e quali politiche per imprese e persone”, sviluppata nell’ambito dell’Osservatorio Future of Workers della Fondazione Giacomo Brodolini e dedicata all’impatto dell’intelligenza artificiale sull’organizzazione del lavoro, sulle competenze e sulle politiche necessarie per accompagnare questa trasformazione.
Lo studio ha coinvolto 474 knowledge workers in Europa, Nord America, India ed Estremo Oriente e ci consegna alcuni dati particolarmente significativi.
Il 79% dei lavoratori e delle lavoratrici coinvolti dichiara fiducia nell’intelligenza artificiale. Ma questa fiducia non è incondizionata. Il 52% considera elevata o molto elevata l’affidabilità del lavoro svolto dall’IA, percentuale che scende al 32% quando si passa ai compiti più complessi.
C’è soprattutto un dato che considero molto importante: il 71% vuole poter rivedere con il proprio giudizio il risultato proposto dall’agente di IA, mentre il 62% ritiene che l’intervento umano incida in maniera determinante sulla qualità della decisione.
Questo significa che chi utilizza questi strumenti ne comprende le potenzialità, ma anche i limiti. Non c’è una fiducia cieca nella macchina. C’è la richiesta molto chiara che l’uomo continui ad avere un ruolo di controllo, valutazione e responsabilità.
E poi c’è il tema delle competenze.
Se il sapere e l’esperienza di un lavoratore contribuiscono ad addestrare e migliorare un agente di intelligenza artificiale, a chi appartiene il valore che viene generato?
La ricerca ci dice che circa 9 persone su 10, e precisamente il 91% degli intervistati, ritengono che il trasferimento delle proprie conoscenze a un agente di IA debba essere riconosciuto.
È il tema di quello che la ricerca definisce “capitale catturato”: conoscenze, esperienza e know-how delle persone che vengono trasferiti alla macchina e possono continuare a produrre valore anche successivamente.
È una questione che dovremo affrontare seriamente, perché l’innovazione non può significare che il patrimonio di conoscenze costruito dai lavoratori nel corso degli anni diventi improvvisamente invisibile.
Quella dell’intelligenza artificiale è una trasformazione che apre opportunità straordinarie, ma che ci pone anche davanti a domande nuove.
Che cosa accade quando una persona continua a essere responsabile del risultato, ma controlla sempre meno il processo attraverso il quale quel risultato viene prodotto?
E ancora: chi risponde quando un sistema di intelligenza artificiale commette un errore?
Sono domande diverse, ma hanno un punto in comune: la necessità di non separare mai l’innovazione dalla responsabilità.
L’intelligenza artificiale può essere uno straordinario strumento di crescita, produttività e nuove opportunità. Può liberare tempo, sostenere le imprese, migliorare i servizi e consentire alle persone di concentrarsi sulle attività a maggiore valore aggiunto.
Ma deve rimanere una tecnologia guidata dall’uomo e al servizio della persona.
Ed è proprio qui che il dibattito tecnologico incontra quello politico e istituzionale.
La tecnologia, da sola, non decide quale modello di lavoro costruire. La questione è come scegliamo di governarne l’utilizzo.
Per questo servono regole chiare, trasparenza, formazione e responsabilità.
Il principio della supervisione umana deve tradursi in una pratica concreta nelle organizzazioni: dobbiamo stabilire quali attività possono essere affidate a un agente di IA, dove deve intervenire una persona, con quali strumenti può verificare o contestare una decisione e, soprattutto, chi mantiene la responsabilità finale.
Non possiamo avere una tecnologia sempre più potente e, contemporaneamente, una responsabilità sempre più sfuggente.
Più cresce la capacità della macchina di incidere sulle nostre decisioni, più deve essere chiara la responsabilità dell’uomo.
La politica e il legislatore devono accompagnare questo processo, senza subirlo e senza pensare di poter arrestare l’innovazione.
Governare l’intelligenza artificiale non significa fermarla. Significa creare le condizioni perché possa produrre sviluppo e nuove opportunità, mantenendo chiari i diritti, le responsabilità e il ruolo delle persone.
Serve inoltre un grande investimento sulla formazione e sull’alfabetizzazione digitale, perché imprese e lavoratori possano comprendere e utilizzare consapevolmente questi strumenti.
Se cambiano i lavori, devono cambiare anche le competenze. E dobbiamo fare in modo che i lavoratori non siano soltanto destinatari della trasformazione, ma possano partecipare consapevolmente ai nuovi processi organizzativi.
La ricerca, il confronto con le imprese, il dialogo con il mondo del lavoro e con le istituzioni sono fondamentali proprio per anticipare questi cambiamenti e comprenderne gli effetti.
La sfida, in fondo, è questa: non dobbiamo scegliere tra uomo e tecnologia.
Dobbiamo costruire le condizioni perché la tecnologia sia dalla parte dell’uomo.
L’intelligenza artificiale può contribuire a creare più opportunità, maggiore produttività e nuovi strumenti per imprese e lavoratori. Ma, nel governare questa trasformazione, il criterio deve rimanere chiaro:
l’uomo deve restare il protagonista. Non la macchina.
Al centro devono esserci la persona, il valore delle sue competenze e la responsabilità delle decisioni.
È con questo criterio che dobbiamo guardare all’intelligenza artificiale e ai cambiamenti che produrrà nel lavoro, nell’economia e nella nostra società.
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