Senatore Antonio De Poli, perché serve un Piano Casa?
Negli ultimi anni il costo degli affitti è aumentato e l’offerta di abitazioni è insufficiente. In Veneto ci sono 454.000 case private vuote e 7.850 alloggi ATER non usati, mentre oltre 10.000 famiglie aspettano una casa in graduatoria. Giovani famiglie e lavoratori faticano a trovare abitazioni a costi sostenibili. Per noi la casa non è solo un bene, ma il luogo in cui si costruiscono famiglia, stabilità e futuro. Il Piano approvato dal centrodestra al Governo e in Parlamento è una risposta strutturale a questa emergenza.
Quali sono i quattro pilastri su cui si fonda il Piano?
Il primo riguarda il recupero degli alloggi di edilizia popolare inutilizzati; il secondo è il rilancio dell’housing sociale, per offrire soluzioni abitative sostenibili a chi non riesce ad accedere né al mercato libero né all’edilizia popolare. Il terzo consiste nella realizzazione di nuovi alloggi a canone calmierato e, infine, il quarto pilastro è la collaborazione tra pubblico e privato. Una sfida di queste dimensioni non può essere affrontata solo con risorse pubbliche.
Il Piano mobilita circa 10 miliardi di euro. Come verranno utilizzate queste risorse?
L’obiettivo è realizzare 100.000 abitazioni nei prossimi 10 anni. Importante è anche il sostegno all’edilizia convenzionata, con abitazioni a prezzi accessibili a quella vasta fascia di cittadini che non ha i requisiti per l’edilizia popolare ma non può permettersi di acquistare una casa ai prezzi di mercato. È un segnale concreto per il ceto medio.
Quali sono le misure operative che avranno un impatto più immediato sulla vita delle persone?
La misura più saliente è il recupero di 60.000 alloggi di edilizia popolare oggi inutilizzati. A questa si aggiungono il rafforzamento del Fondo Prima Casa, con accesso prioritario per le famiglie con disabili, gli alloggi a canone calmierato e, in questo ambito, la previsione di una “corsia preferenziale” per forze dell’ordine, insegnanti e personale sanitario. Inoltre, è previsto il recupero di negozi sfitti, consentendo il cambio di destinazione d’uso per creare alloggi destinati a studenti fuori sede. Infine, cedolare secca al 10% e IMU ridotta per chi affitta a giovani e genitori separati.
Qual è stato il contributo specifico dell’UDC alla costruzione del Piano Casa?
Come UDC abbiamo promosso a Roma gli Stati Generali dell’Abitare, il punto di arrivo di un percorso iniziato molti mesi prima con tavoli tecnici che hanno coinvolto associazioni di categoria, imprese, professionisti e operatori. Dal confronto sono nate proposte concrete: l’estensione della cedolare secca al 10% per le locazioni abitative, incentivi per la riqualificazione edilizia, la riforma delle locazioni per restituire maggiore fiducia ai proprietari e favorire l’aumento dell’offerta di alloggi. Stiamo inoltre lavorando alla riforma delle locazioni commerciali, con il canone concordato commerciale per rilanciare negozi di vicinato e botteghe. Molte di queste indicazioni hanno già trovato spazio nel Piano Casa.
Questo Piano viene definito un punto di partenza. Quali saranno i prossimi passi?
La vera sfida dei prossimi anni sarà dare piena attuazione agli strumenti previsti. Uno degli obiettivi prioritari è ampliare la partecipazione agli interventi previsti dal Piano, coinvolgendo in maniera sempre più significativa le piccole e medie imprese, anche artigiane, i professionisti e tutti gli altri operatori della filiera dell’edilizia. Dobbiamo trasformare il diritto all’abitare in una leva di sviluppo, coesione sociale e crescita per l’Italia.

