Dobbiamo aumentare l’offerta abitativa, recuperare il patrimonio inutilizzato e rendere Padova accessibile a studenti, famiglie e lavoratori
La questione abitativa rappresenta una delle sfide più importanti per il futuro di Padova. Per questa ragione ho voluto promuovere stamani, nella prestigiosa cornice del Caffè Pedrocchi, un momento di confronto dedicato al Piano Casa e alla rigenerazione urbana, coinvolgendo istituzioni, categorie economiche, operatori e rappresentanti del territorio.
Padova è una città che negli ultimi anni è cambiata profondamente. Sono cresciuti l’Università, il turismo, il sistema economico e la capacità di attrarre studenti, ricercatori, professionisti e lavoratori. Le politiche abitative, però, non sono riuscite a evolversi con la stessa velocità.
Negli anni le diverse amministrazioni hanno utilizzato strumenti importanti: edilizia residenziale pubblica, canone concordato, agevolazioni fiscali, manutenzione del patrimonio e sostegno alle famiglie in difficoltà. È giusto riconoscere quanto è stato fatto, ma oggi i numeri dimostrano che questi interventi non sono più sufficienti.
Una città attrattiva deve essere anche abitabile
Nei prossimi anni la capacità di Padova di attrarre persone e competenze sarà ancora più decisiva. Pensiamo, in particolare, al nuovo Policlinico: un progetto strategico che dovrà rendere la città uno dei principali poli sanitari, universitari e di ricerca del Paese.
Un grande ospedale, però, non è costituito soltanto da edifici e tecnologie. Ha bisogno di medici, infermieri, tecnici e ricercatori. Migliaia di persone che devono poter scegliere Padova non soltanto come luogo nel quale lavorare, ma anche come città nella quale vivere e costruire il proprio futuro.
Dobbiamo allora porci una domanda molto concreta: come possiamo attrarre un giovane infermiere, un ricercatore, un insegnante o un agente delle Forze dell’ordine se una parte enorme del suo stipendio viene assorbita dall’affitto?
La casa non è più soltanto una questione sociale. È una vera e propria questione di competitività.
A Padova risultano oltre 10.000 immobili disponibili sul mercato della vendita, mentre quelli offerti in affitto sono appena 821. Esiste quindi un patrimonio immobiliare significativo, ma contemporaneamente una grave scarsità di abitazioni per chi vuole vivere in città.
Il canone medio ha raggiunto i 14,14 euro al metro quadrato. Nella vita reale significa spendere circa 780 euro al mese per un bilocale di 55 metri quadrati e circa 1.200 euro per un trilocale di 85 metri quadrati.
Tra il 2019 e il 2025 il costo di un appartamento medio è cresciuto del 43%. Per chi dispone di un reddito netto di circa 23.300 euro l’anno, l’affitto può assorbire il 40% del reddito per un bilocale e oltre il 60% per un trilocale.
Sono cifre sproporzionate, dietro le quali ci sono persone reali: una giovane coppia che vorrebbe mettere su famiglia, un infermiere appena assunto, un insegnante trasferito, una mamma o un papà separati, un giovane laureato che vorrebbe rimanere a Padova.
Studenti, famiglie e ceto medio
Il problema riguarda certamente gli studenti. Padova ospita circa 47.000 studenti fuori sede e registra una carenza stimata di quasi 5.000 posti letto.
Ma la questione abitativa non può essere considerata esclusivamente un problema universitario. Riguarda i giovani lavoratori, le famiglie, gli anziani, le persone separate e tutti coloro che arrivano per lavorare negli ospedali, nelle scuole e nelle imprese.
Riguarda soprattutto quella fascia intermedia della società che rischia di essere la più dimenticata: persone che lavorano, che non possiedono i requisiti per accedere all’edilizia popolare, ma che allo stesso tempo non riescono più a sostenere serenamente i prezzi del libero mercato.
L’Agenzia sociale “Padova per Abitarci”, operativa dall’ottobre scorso, parte da un’intuizione corretta: ricostruire la fiducia tra proprietari e inquilini e offrire risposte proprio a questa fascia intermedia.
Nei suoi primi mesi di attività l’Agenzia è entrata in contatto con 268 persone, ha raccolto la disponibilità di cinque proprietari e ha reperito otto soluzioni abitative tra appartamenti privati, social housing e opportunità messe a disposizione dal Terzo settore.
Sono primi risultati, ma ancora totalmente insufficienti rispetto alle dimensioni del problema. Il vero collo di bottiglia resta l’offerta.
Non basta mediare tra domanda e offerta: dobbiamo creare le condizioni affinché molti più proprietari decidano di rimettere gli immobili sul mercato attraverso incentivi fiscali, canoni concordati, garanzie contro la morosità e maggiore certezza dei tempi.
“Quota 152”: utilizzare subito gli alloggi disponibili
Anche sull’edilizia residenziale pubblica i dati sono molto chiari.
La graduatoria ERP 2025 conta 1.660 domande ammesse, mentre gli alloggi assegnabili nel biennio sarebbero circa 400. Significa che oltre 1.200 nuclei familiari rischiano di non ricevere una risposta.
Allo stesso tempo, sul territorio esiste un patrimonio pubblico che rimane in parte inutilizzato.
Per questo ho avanzato una prima proposta molto concreta, che abbiamo chiamato “Quota 152”: secondo i dati raccolti, ci sono 152 alloggi ATER già pronti, ma ancora bloccati.
La prima politica di rigenerazione deve essere quella di mettere in uso ciò che abbiamo già. Propongo quindi la costituzione di una task force tra Regione Veneto, ATER e Comune di Padova per verificare uno per uno questi immobili e arrivare rapidamente alla loro assegnazione.
Una parte degli alloggi potrebbe essere destinata anche ai lavoratori essenziali della città: giovani infermieri, insegnanti e appartenenti alle Forze dell’ordine. Non per creare privilegi, ma per programmare con responsabilità la crescita di Padova.
Recuperare il patrimonio privato
Il secondo obiettivo riguarda il recupero del patrimonio privato oggi inutilizzato.
La politica della casa non può essere costruita contro i proprietari. Padova ha già incentivato il canone concordato attraverso aliquote IMU agevolate, ma la scarsità degli immobili disponibili dimostra che gli incentivi attuali non bastano.
Dobbiamo individuare ulteriori garanzie fiscali, economiche e giuridiche capaci di convincere molti più proprietari a rimettere le abitazioni sul mercato.
È la stessa impostazione che abbiamo portato in Parlamento attraverso le nostre proposte sulla cedolare secca, sulla certezza delle procedure di rilascio e sugli incentivi alla locazione regolare.
Non dobbiamo mettere proprietari e inquilini gli uni contro gli altri. Dobbiamo costruire un sistema nel quale entrambe le parti siano tutelate.
Rigenerare i quartieri senza consumare nuovo suolo
La terza priorità è la rigenerazione urbana.
Padova non è soltanto il centro storico. È Arcella, Mortise, Guizza, Sacra Famiglia, Forcellini, Camin e Pontevigodarzere. Quartieri con identità, necessità e potenzialità differenti.
In queste zone la questione abitativa si intreccia con il commercio di prossimità, la sicurezza, i servizi e la qualità degli spazi urbani.
Una serranda abbassata non significa soltanto un negozio in meno. Significa meno persone nelle strade, meno relazioni, meno presidio e meno vita nei quartieri.
Propongo quindi di sperimentare, dove urbanisticamente possibile, incentivi per il riuso di una parte del patrimonio commerciale inutilizzato, favorendo coworking, servizi, micro-alloggi e nuove funzioni capaci di riportare persone e attività nei quartieri.
Parallelamente dobbiamo lavorare alla costruzione di un canone concordato commerciale, con affitti più sostenibili e certi per gli esercenti e vantaggi fiscali per i proprietari.
A settembre vogliamo aprire un tavolo tecnico dedicato proprio a questo tema. Rigenerare una città non significa soltanto costruire nuovi edifici. Significa recuperare, cambiare la funzione degli immobili che non rispondono più ai bisogni attuali ed evitare nuovo consumo di suolo.
Un “Piano Padova per l’Abitare”
Il Piano Casa nazionale può diventare una grande opportunità per Padova: recupero e manutenzione del patrimonio ERP ed ERS, housing sociale, canoni calmierati, affitto con possibilità di riscatto, sostegno alla morosità incolpevole e programmi di edilizia integrata.
Un Piano nazionale, però, funziona soltanto quando il territorio riesce a trasformarlo in un progetto concreto.
Per questa ragione Padova deve avere l’ambizione di costruire un vero “Piano Padova per l’Abitare”: non un nuovo ufficio o l’ennesimo documento, ma una cabina di regia capace di coinvolgere Comune, Regione, ATER, Università, Azienda Ospedale-Università, categorie economiche, proprietari, rappresentanze degli inquilini, fondazioni, sistema bancario e operatori privati.
Dobbiamo realizzare una mappa effettiva del patrimonio inutilizzato, stabilire quanti alloggi saranno necessari nei prossimi cinque e dieci anni e collegare la programmazione abitativa alle grandi trasformazioni della città: il nuovo Policlinico, lo sviluppo universitario, le infrastrutture e la rigenerazione dei quartieri.
Soprattutto, dobbiamo fissare obiettivi misurabili: quante abitazioni recuperare, quante rimettere sul mercato, quante destinare ai giovani lavoratori, agli studenti e alle famiglie presenti nelle graduatorie.
La casa come infrastruttura della crescita
Il problema della casa non può più essere affrontato inseguendo l’emergenza anno dopo anno. Deve diventare parte integrante della visione futura della città.
Padova può essere una grande capitale dello studio e della ricerca, un riferimento sanitario europeo e un polo economico e infrastrutturale centrale per tutto il Nord-Est. Ma per esserlo davvero deve permettere alle persone che la fanno funzionare ogni giorno di poterci vivere.
Dobbiamo passare dalla gestione dell’emergenza alla programmazione, dalle misure isolate a una strategia complessiva, dalla casa considerata esclusivamente come problema sociale alla casa intesa come infrastruttura della crescita.
Dobbiamo offrire a una giovane famiglia, a uno studente, a un lavoratore e a una lavoratrice la possibilità di poter dire una cosa molto semplice:
“Qui posso costruire il mio futuro”.
È questa la Padova che dobbiamo costruire.
Antonio
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