“La politica non può essere sganciata dall’etica e dalla morale. Le parole del Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, mi colpiscono per la loro nitidezza e per la profondità del richiamo rivolto alla responsabilità della politica. Quando lo Stato legifera su questi temi, non disciplina soltanto una procedura: modifica la gerarchia dei valori che intende tutelare. Se il primato non è più la protezione della vita ma, al suo posto, c’è l’equiparazione tra la scelta di vivere e quella di morire, le conseguenze culturali sono profonde. Lo dimostra anche l’esperienza dei Paesi che hanno introdotto l’eutanasia. In Olanda, ad esempio, i casi di eutanasia e suicidio medicalmente assistito sono passati dai 1.882 registrati nel 2002, anno di entrata in vigore della legge, ai 10.341 del 2025. Si tratta di un dato che impone una riflessione seria”. lo afferma Antonio De Poli, senatore e segretario nazionale dell’UDC, intervenendo nel dibattito pubblico sul fine-vita. “La politica e l’etica non sono due binari distinti. Una legge non è mai soltanto un insieme di norme tecniche: definisce ciò che una comunità ritiene giusto, orienta la coscienza collettiva e dice, in ultima analisi, chi siamo e in cosa crediamo”. “Per questo il dibattito sul fine vita non può essere ridotto a una questione procedurale. Gli interrogativi che abbiamo davanti sono enormi. Il dramma della sofferenza interpella tutti e ogni storia personale merita il massimo rispetto. Proprio per questo non possiamo trasformare il dolore delle persone in un terreno di scontro politico”, aggiunge De Poli che richiama la cultura politica dell’UDC Unione di centro, secondo cui “il compito dello Stato è innanzitutto quello di curare, assistere e accompagnare. Il suicidio assistito e ogni forma di eutanasia rischiano di rappresentare una scorciatoia culturale che può indurre il malato a sentirsi un peso”. “Noi dell’Udc stiamo convintamente dalla parte della vita. Condividiamo il principio richiamato dal Patriarca Moraglia: lo Stato deve garantire il diritto alla cura, non il diritto a morire. È questo il senso del disegno di legge che abbiamo presentato in Parlamento per rafforzare il sistema delle cure palliative, ampliando l’accesso anche nelle fasi non terminali delle patologie cronico-degenerative, rendendoli strutturali nelle RSA. La vera risposta alla sofferenza non è anticipare la morte, ma garantire vicinanza, cure, dignità e accompagnamento. È questa la civiltà giuridica e umana che vogliamo difendere”.
